Basil Poledouris non è certo un compositore che ha bisogno di presentazioni, ma per il neofita delle colonne sonore occorrerà ricordare alcune sue composizioni per film che sono diventate pietre miliari della cinematografia statunitense e non solo. A partire da metà anni ‘60, il compositore di origine greca scomparso nel 2006, ha scritto oltre cento musiche per film, collaborando con numerosi registi tra i quali, per essere vergognosamente concisi, Paul Verhoeven per la score diRobocop (1987) e John Milius per la OST di Conan il barbaro (1982). Bastino questi esempi per comprendere la tipologia di scrittura di Poledouris in cui sono predominanti azione e atmosfera epica dalle sonorità sinfoniche. Ciononostante, accanto alla pressione dei fiati, alla incisività delle percussioni, alla pienezza vocale dei cori e alle dinamiche fortissimo, non mancano in generale nelle sue composizioni suggestioni di passaggi morbidi e leggeri che fanno entrare l’ascoltatore (e lo spettatore) in ambienti sonori sognanti e rarefatti.
Categoria: reviews
Milano odia, la polizia non può sparare
Ogni colonna sonora è come l’atmosfera che circonda un pianeta fatto di immagini e storie; insieme costituiscono un sistema di scambio continuo, perfetto, finito, autosufficiente: ne nasce un mondo. A volta capita che siffatti mondi, motivati da qualche affinità, si avvicinino tra loro, entrino in contatto e si impregnino l’uno dell’altro, quasi passandosi un testimone che va avanti nel tempo, come se si trattasse di una qualche verità condivisa, superiore, convincente.
Una mia distrazione +2 di Cesare Malfatti
Un disco coerente quello di Malfatti, curato in ogni dettaglio. Coerente in tutto, dallo stile del canto all’atmosfera generale; il primo brano indica la cifra stilistica di tutto il lavoro, ovvero quello di un raffinatissimo cantautorato pop dalle meste atmosfere acustiche cui stavolta è stato fatto indossare l’abito sonoro del jazz, soprattutto grazie all’onnipresente e preponderante pianoforte di Antonio Zambrini, che lascia la sua impronta fino all’ultimo brano.
Un disco che per la verità si apprezza soprattutto da un secondo ascolto in poi, quando, metabolizzato il bisogno jazzistico, viene maggiormente fuori il tessuto armonico della scrittura e le melodie nascoste, mai apertamente liberate della vocalità di Malfatti, sempre contenuta, intima, mai urlata e tantomeno sfogata, ma sempre pacata, controllata e trattenuta.
Alice
Il film Alice costituisce il debutto registico di Oreste Crisostomi. Pellicola mediocre. Si dimentica prima che sia finito. Annoia. Mi spiace, ma è un brutto film, che sarebbe già un eufemismo definirlo leggero. Ciononostante, la sua colonna sonora è stata, come a volte per fortuna accade, una piacevolissima sorpresa: Alessandro De Florio è musicista raffinato, colto, mai banale, alla ricerca di dettagli sonori e soluzioni musicali che vanno ben oltre le ipotetiche richieste registiche o narrative. Questo lo si comprende dalla quantità di raffinatezze che si perdono in accoppiamente al fotografico, e che sono apprezzabili esclusivamente dalla fruizione della sola colonna sonora.
Le difese – Vessel
L’apparente semplicità di questo disco è fuorviante, gli arrangiamenti si distendono lenti e pensosi come lunghe pennellate, pennellate di violini sovraincisi, voci lievi armonizzate e non. A proprosito, si tratta di vocalità sottili e cori quasi sonnolenti.
Il mondo acustico di questo lavoro è al tempo stesso profondo e immediato, quasi impone uno stato d’animo nel quale immergersi come in un mare caldo, in cui lasciarsi trasportare dalle chitarre acustiche e dai violini, sempre presenti in ogni brano. E forse è proprio grazie a queste atmosfere che Corrado Nuccini e Emanuele Reverberi tradiscono un’aspirazione da colonna sonora, che non solo è un complimento, ma dà la possibilità di asserire che l’aspirazione è perfettamente riuscita.
Faccio un salto all’Avana
Faccio un salto all’Avana, come già nel titolo, è una commedia di Dario Baldi di qualche anno fa, con Enrico Brignano e Francesco Pannofino. Film divertente, ambientato per la maggior parte a Cuba, e con un intreccio sufficientemente classico, con aspirazioni da botteghino. La colonna sonora di questo film è stata composta da Alessandro Forti, pianista, e Francesco De Luca, chitarrista, coppia fissa di compositori rome-based, abbastanza attiva nel panorama del cinema, della televisione e del teatro italiani. Il loro lavoro è costruito su una strumentazione semplice e maneggevole, una piccola orchestra con sezione ritmica, in cui sono efficacemente inseriti percussioni e fiati in perfetto stile cubano. Infatti, una buona parte delle composizioni ha il sapore centramericano che geolocalizza musicalmente l’azione scenica, e ricalca pienamente le caratteristiche del film, ovvero commedia senza grosse pretese.
Snow Flower and the Secret Fan
Ventennale carriera quella di Rachel Portman, compositrice che si è misurata con generi opposti che vanno, solo per fare due esempi, dal thriller di La macchia umana (2003) alla commedia di Ma come fa a far tutto? (2011), vincendo però già nel 1996, a pochi anni dall’inizio della sua carriera da professionista in ambito cinematografico, il premio Oscar per la colonna sonora del film di Douglas McGrath Emma, e guadagnando successivamente le nomination per Chocolat e Le regole della casa del sidro. Quella per Il ventaglio segreto è una colonna sonora quasi sussurrata, elegante e delicata come tutto il film del resto, senza eccessi, controllata anche nel dolore, anche nel dramma, in una sorta di rispetto della felicità e della sofferenza, una “necessaria” complementarietà degli opposti tipica della cultura orientale, e che si esprime con pienezza nelle tracce di questo disco.
Prigione di donne
Per fortuna c’è qualcuno, ovvero Beat Records, che si occupa di scovare, spolverare e ri-stampare alcune colonne sonore che rimarrebbero sepolte e dimenticate, forse anche per gli stessi loro compositori, soprattutto quelli più prolifici. Questo è dovuto anche al fatto che (soprattutto in passato e prima dell’avvento così massiccio del digitale) la posizione e il “peso” della musica in un film venivano spesso mortificati da un mix e da un editing a volte sbrigativi e brutali, poco rispettosi di un elemento così importante qual è l’audio. È il caso di Prigione di Donne, film del 1974 di Brunello Rondi, di cui si può leggere qui una approfondita e appassionata recensione che ne sottolinea i contenuti e i rimandi colti dell’opera di un regista importante, e co-sceneggiatore di Federico Fellini; allo stesso tempo però la cinematografia è, a mio parere, meno riuscita della scrittura, a causa della scarsa precisione del montaggio video e audio, che così ha penalizzato il grande lavoro di Albert Verrecchia. E quindi solo ascoltando la musica separatamente dal film mi è stato possibile scoprire un vero tesoro di colonna sonora, che, tranne per qualche raro momento, risulta essere completamente nascosto nel film. L’ascolto comincia con l’inconfondibile canto di Edda dell’Orso in un pezzo per voce, archi e qualche insert di organo e oboe, in passaggi di grande spinta dinamica; è evidente che Morricone nel 1973-4 aveva già fatto scuola; ciononostante la scrittura è piacevole e precisa e mette ben in risalto quello che risulta essere il tema del film.
E ridendo l’uccise
E ridendo l’uccise (2005) è un film di Florestano Vancini, importante regista scomparso qualche anno dopo l’uscita di questo suo ultimo lavoro. Esso, realizzato a tredici anni di distanza dal precedente, al primo impatto non colpisce particolarmente, anzi, verrebbe la tentazione di etichettarlo subito come un film di medio interesse, a tratti dal sapore televisivo, con qualcosa di artificiale e finto, forse soprattutto nella recitazione che, riferita ad alcuni attori, appare forzata, accademica e poco convincente; non va invece annoverato tra essi Manlio Dovì, capace di straordinarie performance nel ruolo di Moschino, buffone di corte presso gli Estensi. La cosa inaspettatamente più fastidiosa vissuta durante la visione del film è stato proprio l’utilizzo della musica, troppo spesso adoperata come tappezzeria, spalmata massicciamente un po’ ovunque e in uno stile che dà di datato, sembra infatti che il film sia parecchio anteriore al 2005. Inoltre la musica sottende spesso le battute degli attori, disturbandosi a vicenda. La sensazione è che in montaggio ci si sia detti “abbiamo la musica di Morricone, utilizziamone il più possibile”.
The Young Riders
Ne ha fatta di strada John Debney dopo la scrittura della colonna sonora per The Young Riders, cimentandosi oramai da circa 20 anni con stili e generi anche molto diversi tra loro, dalla commedia (Una settimana da Dio) all’super hero movie (Iron Man 2), dall’animazione (Chicken Little) all’hard boiled (Sin city), solo per citare alcuni titoli tra le decine firmati dal compositore. Diciamo innanzitutto che la serie The Young Riders, andata in onda negli Stati Uniti dal 1989 al 1992 e in Italia dal 1991 al 1993 con il titolo de I ragazzi della Prateria, ebbe sì fortune alterne, ma venne accolta come una serie televisiva che strizzava l’occhio al cinema. A mio parere questa colonna sonora rispecchia questa zona di confine, e non è escluso che proprio la qualità di queste musiche abbia spiazzato l’ansia di classificazione. Dopo la title track comune alle tre stagioni, le successive tracce presenti nel disco si dividono in tre episodi della serie: Kid, Gunfighter e Kansas.